domenica 25 agosto 2013

Andrea Quaranta : Inverosimiglianze





 “INVEROSIMIGLIANZE”


[…] Il segno distintivo dell’attuale esibizione evidenzia la personalissima impronta dell’autore: la chiave prospettica è strumento di fascinazione narratologica in quanto pontiere di un’insueta cosmologia discenditiva da “Andrea che sta al paesaggio come il paesaggio sta ad Andrea”

(Antonio Carena 2004).

Chi è ignaro si ostina a chiamarle ombre.

Gli impressionisti ci insegnano che le ombre sono sempre e comunque trasparenti, colorate e dai margini indefiniti.

All’ombra è negato di spaziare, reclusa nei segmenti di un sorta di scrittura […] Il nero dell’ombra è astrazione retorica, una stilizzazione del colore.” (Gino Gorza)

Impronte, quindi, e non ombre.

Dove il non colore è un’apertura al divenire ed alle possibilità dell’accadere. Dove il limite è chiaramente definito dal proprio limite, nella bisturizzazione di uno spazio in cui essere presente per assenza.

Se la consapevolezza del proprio limite ci permette di perseguire il tentativo di superarlo, allora cambia la prospettiva, il punto di vista. Il limite non rappresenta più il punto di arrivo, ma, il punto di partenza. E il non colore risponde come assenza, ma, aspirazione. Non come negazione. E’ lo spazio (aperto) dove può accadere tutto. Se John Cage, con la sua “Opera Silenziosa” (4’33”) del 1952, afferma che il silenzio non è assenza di suono ma un suono particolare poiché non suona ma attende il suono; allora il nero, oltre la meccanica della fisica del colore, può assurgere quale silente attenditore del colore imminente. “Sappiamo intanto che di nero si parla come di una percezione che ci informa di un tinta[…]”(Gino Gorza)

Dall’assoluto silenzio di Ad Reinhard, situato a randa del rumorismo dell’informale, fino alle ipotesi concettuali di Lucio Fontana, il nero si è qualificato come spazio mentale (se non vogliamo far intervenire termini come coscienza od anima). Dimensione dell’essere e dell’esserci nel mondo attraverso il suo trascendimento.

Se la pittura costituisce la fingitoria per antonomasia, la realizzazione di improbabili quanto camaleontiche proiezioni prospettiche di inverosimiglianze per contatto, scaturite da bidimensionali figure e non da corpi, riverbera come infinita eco del divenire.

Se invece non fosse in antropocentrico moto nella cancellazione della pittura e misuratore, in algido, di eventi; allora, forse, oserebbe altrove. Allora, forse, l’impronta potrebbe veramente riguardare quella “somiglianza per contatto” (G. Didi Huberman) come atto di memoria di qualcosa di immanente ed imminente.

Memoria è anche e soprattutto ciò che deve ancor accadere.


ANDREAQUARANTADUEMILATREDICI